KAYONE

KAYONE | Marco Mantovani – Milano 1972

KayOne è un artista originale, che nel suo linguaggio mixa, con grande libertà e spregiudicatezza, la grande lezione dell’Action Painting americana, la pazza giocosità della Pop Art, la forza della tradizione informale europea e la dirompente immediatezza della cultura della Street Art. Le opere di KayOne sono caratterizzate da accostamenti di colore raffinati e audaci contornati da un gioco energetico di linee e forme che richiamano le arterie urbane. Su tela si ritrova una forma gestuale e istintiva nel dipingere, classica del Writing su muro, una decontestualizzazione che esprime tutta la sua forza grazie alla tridimensionalità dei dipinti. Dirompente è l’impatto della materia e la gestualità della pennellata, costante la presenza delle lettere e abbacinanti le esplosioni di luce, simili a scosse di energia provenienti da un Big Ban cosmico. Opere futuristiche che trasmettono un percorso di 25 anni di Writing che con KayOne entrano nei Musei di tutto il mondo. 

Kayone

KAYONE, STREET ART O (NUOVA) STRADA DELL’ARTE
di Giovanni Faccenda

Non ho perduto la voglia di dipingere muri, treni, le stazioni della metropolitana.
Continuo a farlo utilizzando altri supporti, ma nessuno, credo, ancora se ne è accorto».
K. Haring (Pisa, estate 1989)

Qualche bizzarro arbitrio e non pochi fraintendimenti esegetici hanno di fatto reso lacunoso, sinora, il necessario approfondimento critico dell’opera di KayOne, figura emblematica della Street Art italiana e, nondimeno, di quella internazionale. In un ambito, dunque, geograficamente più ampio, anche in termini culturali, è il caso di rivisitare, sia pur sommariamente, l’itinerario espressivo di questo cittadino del mondo, nato fatalmente a Milano. Writer della primissima ora, in un’Italia – quella della seconda metà degli anni Ottanta – che osservava le alterne fortune della Transavanguardia anche in America, proprio nell’America inquieta e ribelle dei graffiti, egli avverte la sua maggiore e più duratura folgorazione. Un libro, Spraycan Art, diviene la sua bibbia; l’Hip Hop, il frisbee, la breakdance, il sale della vita; treni, pensiline, i muri delle strade soprattutto, il luogo della sua affermazione in quel palcoscenico immenso quanto distratto che insiste ad ogni latitudine. Il writing, dunque, come un «urlo a colori», e tuttavia la meno urlata manifestazione di sé attraverso l’ossessiva ripetizione del proprio nickname. La ricerca di uno stile personale, di una cifra esclusiva che guadagni quella riconoscibilità che equivale, in questo versante, a sicura notorietà, è uno dei principali assilli di KayOne al suo esordio. Ogni possibile riferimento, all’alba dell’ultimo decennio di un secolo florido di accadimenti, sfuma peraltro in uno scenario alquanto variegato, mentre sempre più marcate sono le diversità concettuali tra il graffitismo europeo e quello americano, orfano, ormai, dei suoi più celebri padri putativi: Keith Haring e Jean-Michel Basquiat. KayOne, insieme a pochissimi altri, guarda con curiosità ed entusiasmo al volgere di questo fenomeno, tanto da diventarne, subito consapevolmente, uno dei pionieri nel nostro paese. Ha talento da vendere, ma preferisce regalarlo ai muri, perché vuole lasciare un segno, una traccia, partecipare agli altri qualcosa che riguarda il proprio universo interiore. Si è parlato di analogie tra graffitismo e pitture rupestri, e il pensiero corre alle Grotte di Altamira: allora gli uomini raffiguravano quanto riguardasse il loro quotidiano in una prospettiva esterna; il writer, al contrario, è sempre stato stimolato da urgenze psicologiche più nascoste. A queste tende, con crescente interesse introspettivo, KayOne, nel divenire di un percorso, umano e creativo, che incontra, durante il primo lustro del nuovo millennio, una clamorosa consacrazione: dopo tanti anonimi e scalcinati muri urbani, sono le levigate pareti di collezionisti facoltosi ad accogliere le opere dei writers più talentuosi. In questa ristretta cerchia, limitandosi al solo contesto europeo, KayOne è con il tedesco Mirko Daim Reissler, l’inglese Banksy, i francesi 123Klan. È, KayOne, tra quelli che indichiamo come i protagonisti di una Street Art internazionale, per il piglio autonomo e innovatore di un linguaggio, prossimo, anche – in una pregevole linea di continuità –, a taluni intendimenti estetici e pittorici che hanno determinato svolte epocali nelle molte e distinte stagioni del Novecento. Bisogna tuttavia evitare di indicare pretestuose discendenze: KayOne, infatti, resta un graffitista prestato al mondo dell’arte. Non ha abbandonato scarpe, cappellino, felpa con il cappuccio e la cintura con il suo nome – ovvero il famoso street wear –, e tuttora, ad accenderlo, sono adrenaliniche palpitazioni, che certo qualcosa hanno di quelle, memorabili, provate mentre dipingeva, di notte, i vagoni di un treno fermo ad un binario morto della stazione. Ma la tela, oggi, raccoglie altre sue intenzioni, e sebbene egli continui ad essere ciò che dipinge non è difficile scorgere, tra retinature e colori che gocciolano come tanti sogni liquefattisi al sole infido della contemporaneità, il caleidoscopio sentimentale di una generazione – la sua, la nostra – persa nella nebbia dell’incertezza e della precarietà, afflitta da un oscuro malessere, satura di immagini, slogan e pixel disseminati ovunque, forse, per far creder a tutti di capire cosa, in realtà, non deve capire nessuno. Tanti e tali umori fecondano una pittura in cui qualcuno ha notato tangenze con l’esercizio di Vedova, de Kooning e Pollock, accettabili soltanto se confinate all’orbita del fare, alla condotta gestuale dell’artista nell’atto del dipingere. Ma l’opera di KayOne è altro, e altre sono le sue regole, ferree come quelle seguite da ogni autentico graffitista. Il background è quello, solido e continuamente esternato. La tela, ora, è soltanto qualcosa di più convenzionale – per il sistema – rispetto al muro, ma in essa KayOne continua a non rinnegare nulla di ciò che è stato. «Il sistema si cambia una volta che ne sei dentro», disse una volta Haring a Pisa. Ad alcuni sembrò una dichiarazione di resa, ma era esattamente il contrario. Nella bomboletta spray vivono, nebulizzate, ansie, inquietudini, illusioni. Non importa dove, ma come, e con quale forza, un autore riesce ad esprimerle, a comunicarle agli altri esseri umani. Il colore è l’inchiostro con il quale egli scrive il libro della propria esistenza, e ogni dipinto diventa una pagina di scoperte e rivelazioni. KayOne, da tempo, ha deciso di offrirci questo. Che sia ispirato ai principi dello Sturm und Drang o dell’Action Painting, dell’Informale o dell’Espressionismo astratto, poco conta. Quando, tra qualche anno – ma accade già oggi –, le sue opere si potranno ammirare, pagando il biglietto, anche nei musei, qualcuno avrà ancora modo di goderne di inedite e certo non meno belle su muri dimenticati di qualche distratta periferia metropolitana. KayOne ne sarà ugualmente lieto. Certo, pensando all’importanza della sua figura, a quanto invero abbia contributo, con il proprio lavoro, al riscatto di questo sempre meno discusso genere di pittura, una domanda, in ultimo, balena indifferibile e persino necessaria: Street Art o (nuova) strada dell’arte?